Cesare Catà sul libro Passeggiate nei prati ell'eternità e l'installazione Prati dell'eternità

nota di Cesare Catà PRATI DELL' ETERNITA'  copia

“Quello per cui i morti non trovano parole, da vivi, ve lo possono dire da morti” – il folgorante verso di Eliot fa cenno al legame inscindibile che, nella cultura occidentale, lega i viventi ai morti: un legame che, prima della Modernità, era quasi indissolubile. Negli ultimi secoli tecnologizzati, materialistici e globalizzati, questo legame si disintegra: la presenza della morte viene sublimata, rifiutata, rimossa nell’inconscio collettivo. Con essa, vengono rifiutati anche tutti i suoi simboli: bare, croci, santini, sudari, teschi. Cimiteri. Tutto ciò diviene qualcosa di estraneo rispetto alla vita, di-stratta costantemente dalla morte. I gesti apotropaici (più o meno volgari), l’indifferenza, o il terrore nei confronti di tutto ciò che riguarda il morire sono il modo con cui l’uomo moderno ridicolizza, oblia, o soccombe nei confronti di Thanatos. Per questa ragione, il testo Passeggiate nei prati dell’Eternità (Mursia, 2013, 302 pp.) della giornalista televisiva, scrittrice e artista marchigiana Valeria Paniccia, appare come un percorso sapienziale tra i meandri di contenuti rimossi della nostra civiltà: le “passeggiate” cui Valeria invita il lettore sono veri e propri “incontri con i morti”, per auscultarne la parola di fiato dalla nuda terra.

Con uno stile affascinante e raffinato, l’Autrice trasforma il format televisivo di
Extraterreni e ne fa una prosa con la quale prende per mano il lettore, per condurlo a camminare tra le tombe parlanti di celebri cimiteri d’Europa. Con lei, noti volti della società italiana, chiamati a confrontarsi con la finitudine. L’estrema intelligenza dei percorsi che, con le sue interviste, l’Autrice intesse con i personaggi da lei incontrati, ingenera una magia, non dissimile dagli incantesimi delle antiche Sibille: mentre i vivi parlano, i defunti, per loro tramite, prendono la parola. Le lenzuola della sua installazione Erotico Abbandono, simbolo a un tempo del talamo e del letto nuziale, e le 38 lapidi-specchio, rimandanti alla profonda identità soggettiva che si svela solo al di là dell’abisso del trapasso, vanno a formare l’istallazione che Valeria Paniccia propone quale icastica trasposizione artistica della medesima idea che ha forgiato Extraterreni e il suo testo. Ciò che viene evocata è la presente assenza che i Greci chiamavano psyché e che, simultaneamente, significa per noi “fiato”, “anima”, ma anche “farfalla” – una quasi-invisibile visione dell’altrove, risuonante nel regno del possibile, come passi di tempo sui prati dell’eterno.

           Cesare Catà