Non Omnis Moriar

NON OMNIS MORIAR; Valeria Paniccia R40
Valeria Paniccia
NON OMNIS MORIAR

60x70
legno, vernice industriale, ferro
2013


Quando per la prima volta visitai il cimitero degli Allori, a Firenze, per un sopralluogo in vista delle riprese che avrei effettuato per la serie televisiva Extraterreni, era una giornata austera e grigia. Tra i marmi anneriti divenuti inquietanti, l’unico grande sepolto di cui conoscevo la fama era quello di Arnold Böcklin: una colonna dorica sotto cui campeggia una scrittura oraziana (e non ovidiana come vorrebbe Giorgio De Chirico, nel suo magistrale saggio sul pittore di Basilea): Non omnis moriar, che alla lettera vuol dire “Non morirò completamente”.
In vita dunque Böcklin non aveva avuto il giusto riconoscimento? O piuttosto quella che intendeva lasciare ai posteri era la certezza della sua immortalità? Orazio con quella locuzione nelle sue
Odi, intendeva che la sua poesia sarebbe rimasta dopo la sua morte. E De Chirico tesse un’apologia, dissipando i malintesi creati da false interpretazioni dei contemporanei del pittore che ebbe anche trascorsi nella nostra regione, Le Marche.

Tra i malintesi c’era il presunto romanticismo e wagnerismo. “In Böcklin la potenza metafisica - scrive De Chirico - scaturisce sempre dall’esattezza e chiarezza di una determinata apparizione. Mai egli dipinse una nebbia, mai tracciò un contorno indeciso; in ciò sta il suo classicismo e la sua grandezza”.

Oggi l’opera di Böcklin ha raggiunto persino l’immaginario contemporaneo più popolare. Non perché in Rete sia facilmente reperibile l’ immagine di Hitler nel suo studio con la tela dell’Isola dei Morti (dipinto amato anche da Stalin).
In una recente fiction di RaiUno su Adriano Olivetti la moglie Paola, di rientro da un soggiorno a Fiesole, gli regala un quadro:
L’isola dei morti, perché è un “quadro che fa sognare” dice al marito che poi lo appende dietro la scrivania.
Un falso, naturalmente. La signora Olivetti non regalò mai nessuna delle cinque copie esistenti del famigerato dipinto all’uomo che inventò il primo computer al mondo. Una fantasia partorita dalla penna degli sceneggiatori.
Eppure quel quadro con una rappresentazione così solenne e classica, che rappresenta la scena di un funerale, colpisce ancora oggi. La forza di quella e di altre sue tele, per me, è la chiara e netta presenza dell’inconscio.
Come potevo restituire l’immortalità di tanta grandezza se non con il ferro che si deteriora ma resiste. La scelta di scrivere l’epigrafe con i chiodi antichi, anzi antichissimi, fa parte di un’avventura che ha avuto inizio dopo le passeggiate (televisive e non) nei prati dell’eternità.




Galleria Per Mari e Monti Arte Contemporanea
viale Vittorio Veneto 53, Civitanova Marche
dal 30 novembre al 20 dicembre 2013

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