Mariangela Melato, Signora della Scena



MELAT0 PANICCIA


Mariangela Melato (1942-2013) è la stata la protagonista della terza puntata della mia serie tv, Il miele e la feccia, il mestiere dell'attore, in onda su Raiuno e Raitre, per RaiEducational. L’ho intervistata tra le poltrone rosse del teatro Quirino di Roma. In quel momento non recitava nello spettacolo in cartellone ma lei è arrivata puntuale all’appuntamento.
Era elegante, con la sua camicetta di seta avorio e le perle al collo, i capelli biondi leggeri, un filo di trucco.
Diceva bene Emma Bonino in piazza del Popolo, nella sua orazione alla folla che non era riuscita ad entrare in chiesa: “Mariangela era una persona capace di passione, pulita e intelligente”, come gli aveva suggerito Renzo Arbore a cui aveva chiesto almeno tre aggettivi per definirla.

Ciò che mi ha sempre colpito di questa splendida attrice è il suo rigore. Durante quella stessa puntata ho filmato alla scuola milanese creata da Giorgio Strehler, diretta da Ronconi, una ragazza che diceva di aver scelto di fare l’attrice perché a undici anni sua madre l’aveva portata a vedere Mariangela Melato di cui conosceva tutti i film: “E’ straordinaria in palcoscenico, perché ha una grandissima forza ed è tutta lì quando recita”, mi disse quell’allieva.
E aveva ragione, perché la Melato ti viene addosso quando recita a teatro, sia che reciti un ruolo drammatico, che uno comico, che canti o che balli come l’ho vista fare in quel solo show al Sistina, diretta da Giampiero Solari. Sulla scena piange lacrime vere, cade, suda, è diretta, forte, sincera.

Una volta raccontò che durante l’intervallo di una pièce che stava recitando (era
Un tram che si chiama desiderio di Tennesse Williams) si mise a piangere, perché si sentiva inadeguata. Cioè, a suo dire, non riusciva a dare al personaggio quello che voleva. E questo accadeva, forse perché stava recitando e non vivendo il personaggio. Lei voleva vivere e non recitare.

Mi fa sorridere Giampiero Mughini che l’altro giorno nell’effluvio di articoli usciti in occasione della scomparsa dell’attrice ne tesse le lodi senza mai averla vista sul palcoscenico. E lo sottolinea pure.

Che cosa distingue dunque Mariangela Melato dalle altre grandi attrici? Io credo la consapevolezza del suo mestiere e dei suoi strumenti, il bagaglio concreto, come lo chiama lei stessa, che ha portato appresso e ha puntualmente utilizzato.
“Strehler mi ha insegnato a trovare dei punti fissi, degli sguardi su un punto piuttosto che un altro della scena, su un tavolino piuttosto che su un altro arredo, dove riporre i miei pensieri che devono servire al personaggio. Ronconi mi ha insegnato tutto o quasi tutto. Mi ha insegnato che io avevo delle possibilità che mai avrei immaginato di avere. Con lui ho fatto dei personaggi grotteschi, che potrei definire cosmici perché non avevano una reale identificazione. Sono stata una bimba di sei anni, Masie, una donna di 385 o una quindicenne. Mi ha insegnato a giocare col tempo nello spazio, con me stessa nello spazio. E’ molto difficile spiegare il metodo che Luca Ronconi usa con gli attori. Ronconi insegna l’importanza delle parole. Ogni parola ha il suo valore. Ogni parola è slegata dal contesto e ha potere e peso, a prescindere dal contesto. E’ questa la prima regola. Il peso che si dà ad ogni parola non è mai alla frase in sé, ma parola per parola. Ogni parola ha un duplice significato. E Ronconi, chiaramente, riesce sempre a trovare il significato più profondo, sotterraneo, misterioso. C’è sempre un punto di vista, quindi una lettura del testo soggettiva, ma assolutamente fantastica. E qui, ogni volta mi fa dire: ma come è possibile che non ci abbia pensato io!”.

Tra le sue prove sceniche inarrivabili ho ancora i brividi nel rivederla nel ruolo di Olimpia nell’
Orlando Furioso, regia di Ronconi per il festival di Menotti a Spoleto, nel 1969, di cui esiste una magnifica versione televisiva del 1975.

“Non credo di aver mai avuto scosse vere che mi abbiano segnalato una vocazione - mi disse - un impulso a diventare un’attrice. Ero semplicemente una bambina molto timida. Mi sentivo inadeguata. Allora camminavo in punta di piedi, per sembrare più alta. Tutti i giorni passavo davanti al teatro dei Filodrammatici dove una volta vidi appeso un cartello. Si facevano audizioni per entrare nella scuola. Passa un giorno, passa un altro e decisi di entrare.”

In un’altra puntata della serie
Il miele e la feccia, il mestiere dell’attore, quella dedicata agli attori italiani che recitano in inglese, ho inserito spezzoni di suoi film americani (Jeans dagli occhi rosa, protagonista assoluta accanto a Ryan O’Neil e Flash Gordon, 1981 e 1980) un’esperienza quella di Hollywood che l’attrice milanese non aveva affatto amato. Mi raccontò di non trovarsi con gli story board, con i disegnini del suo volto che facevano le faccine. Evidentemente a quell’epoca i film commerciali erano progettati finanche a imporre le espressioni mimetiche.

Quanto al miele e alla feccia del mestiere dell’attore mi disse: “Mi sembrava di essere arrivata. Presi una casetta a via dei Coronari. Ma non ci potevo stare neanche in piedi, perché era un abbaino. Entravo e dovevo chinarmi in due, però mi sembrava un posto bellissimo: avevo un letto, un comodino e un telefono. E stavo ad aspettare le richieste che sicuramente sarebbero arrivate copiose. Per un anno non mi chiamò nessuno. E io ero incrollabile. Pensavo che prima o poi qualcuno mi avrebbe richiamato. Eppure avevo recitato a teatro con Visconti, con Ronconi, le critiche erano buone. Niente, nessuno squillo. Mi hanno infine chiamato e ho iniziato a lavorare sul serio, senza smettere mai. Allora da questa soffitta, dove non potevo stare neanche in piedi, sono passata a una casa vera, sempre nelle stessa strada. Dalla terrazza di questa seconda casa, dove ancora vivo, posso affacciarmi e vedere quell’abbaino. Nelle giornate tristi, quando mi chiedo chi me lo fa fare questo mestiere così duro, vado in terrazza e vedo da dove vengo e beh, insomma, forse ne valeva la pena.
E’ veramente un atto d’amore, in un momento critico come questo, uscire di casa, affrontare il traffico, fare la coda al botteghino, venire a teatro, dopo una giornata di lavoro e sedersi per ascoltarmi. Io entro in scena che mi sento sopra le spalle un peso disumano finché non faccio il massimo dei massimi non sono felice, perché è giusto che sia così. Chi viene a vedermi lo deve pretendere”.

Non dimenticherò mai la sua telefonata il giorno dopo la messa in onda di quella puntata in cui si era prestata anche a recitare un brano di Dumas che le avevo sottoposto qualche instante prima della registrazione.

Una notte vidi Mariangela Melato baciarsi con un uomo, appoggiata al muro, accanto al portone di casa sua, in via dei Coronari. Ma quello era il film della sua vita e dunque debbo solo che tacere.
In fondo, come aveva iniziato a giocare, sulle punte, per sembrare più alta, così è uscita di scena, in punta di piedi, senza clamori sulla sua malattia.
Arriverderci Signora della Scena!

Mariangela Melato al Miele e la feccia, il mestiere dell'attore