Inside Marilyn


INSIDE MARILYN
di Valeria Paniccia
Massimo Cacciari e Valeria Paniccia Inside Marilyn
Massimo Cacciari e Valeria Paniccia, INSIDE MARILYN,
Festival PopSophia, Civitanova Marche Alta



Inside Marilyn, Dentro Marilyn. Come è stato possibile finire dentro Marilyn con la testa e con le mani? Coordinare una collettiva di oltre cinquanta artisti in tournée per l’Italia ed essere coinvolta con tre mie installazioni sulla diva americana che a cinquant’anni dalla scomparsa è universalmente riconosciuta la più sensuale e la più amata tra tutte le stelle del Ventesimo secolo, l’unica grande icona mai prodotta da Hollywood ? Il percorso è stato lungo ed è cominciato nel 2001.

Il primo indizio sta in due sequenze di numeri: ISBN 10: 8835950546 ISBN 13: 9788835950547. Chi frequenta i libri sa di cosa parlo. Si tratta del codice che viene attribuito ad ogni volume in vendita. Dunque stavo realizzando il mio quarto libro per gli Editori Riuniti (dopo tre Oscar Mondadori) e ad un certo punto, quasi alla fine, dopo aver firmato il contratto e concordato l’uscita, mancava poco più di un capitolo quando mi sono arenata. Uno scoglio che mi ha trascinato in un’avventura di pensiero e di immagine che mai e poi mai avrei potuto programmare. Una pietra di inciampo che mi ha fatto crescere, dentro e fuori.

Il libro si intitolava
Attrici e su Amazon.it, come in altri siti simili, c’è la prova del libro fantasma. Sì perché il libro, dopo quell’inceppo, non è mai uscito.
Cosa era accaduto? Stavo scrivendo su Marilyn Monroe e sulla sua doppiatrice Rosetta Calavetta di cui magnificavo le doti in quanto autrice di una voce che l’originale, cioè Marilyn, anche lei aveva inventato. Una doppia voce inventata che meritava l’indugio.

Chi l’aveva sentita parlare con la sua voce normale racconta che quella di Norma Jeane non fosse affatto interessante né tantomeno attraente. Per questo Marilyn si era inventata una voce da bambina, quasi balbettante, con squittii, soffiati, e sonorità acute seducenti. In molti se ne erano accorti e tra questi il regista George Cukor che ammirava l’attrice anche per questa sua dote, l’invenzione di una voce.

La costruzione dell’ immagine di Marilyn Monroe, infatti, viene considerata l’apice del suo talento creativo. E dentro l’immagine - un viso e una bocca con una molteplicità di espressioni di sorpesa e seduzione, un corpo che come entrava in un abito ne disegnava la forma come se ce l’avessero versata dentro - c’era sostanza.

E la sostanza del successo di Marilyn sta proprio in quella sessualità dolce che fa pensare subito a un’età infantile, quando il sesso è ancora gioco e la vita non è segnata dalla fatica. A un’età sognata e mai vissuta.
Per questo tutti, ancora oggi, appena ci imbattiamo in Marilyn abbiamo voglia di proteggerla, difenderla, amarla. Ne percepiamo la vulnerabilità.
Dunque cercavo la data di nascita della voce italiana di Marilyn Monroe, che con mirabile maestria era riuscita a doppiare l’attrice dalle curve morbide. Conoscevo l’anno della sua scomparsa il 1993 ma nonostante le mie ricerche - all’epoca la Rete non era ancora sistematizzata come oggi – non trovavo il suo genetliaco.
Non mi rimaneva che cercare qualcuno che l’avesse conosciuta. Pensai che l’attore Elio Pandolfi fosse la persona giusta. E infatti subito mi inonda di curiosità sulla Calavetta. Però neanche lui conosceva l’anno di nascita della doppiatrice che aveva reso così bene quell’invenzione vocale di donna bambina e
femme fatale allo stesso tempo.
Pandolfi però ha un’idea: andare insieme al cimitero Verano di Roma dove si reca spesso in visita ai suoi e dove dice di aver visto proprio l’ultima dimora di Rosetta Calavetta.
Abitavo a Roma già da molti anni e mai avevo messo piede al Verano. Immediatamente mi è apparso un luogo niente affatto spettrale, anzi mi sembrava che sprigionasse meraviglia ad ogni angolo. Passeggiare con Pandolfi era come se ad ogni sepolcro si aprisse un mondo, una storia unica ed eccezionale. Sembrava che lui conoscesse tutti lì dentro. Li aveva frequentati in vita quei sepolti ed era come se, raccontandomeli, coloro che chissà dove sono ora, tornassero lì, sulla terra. Era un arricchimento continuo.
Da quel momento è iniziata la mia avventura di
Extraterreni. Non ho esitato a proporre un format televisivo (collaboravo con la Rai dal 1991) che consisteva in una passeggiata al cimitero, dove peraltro le telecamere del servizio pubblico mai erano state se non fugacemente.
Perdersi nelle città senza tempo e lasciarsi guidare mi permetteva di studiare a lungo i grandi, approfondire la personalità delle mie guide eccellenti, sviscerare il patrimonio delle Teche Rai.
E così scrivendo e conducendo la serie ho conosciuto musei all’aria aperta come Novodevichy, a Mosca, con Demetrio Volcic, il Père-Lachiase di Parigi con Giorgio Albertazzi, Hollywood Forever con Garbiele Muccino, a Santa Monica, Los Angeles. In Italia, invece, mi sono fatta guidare dal filosofo Massimo Cacciari a San Michele in Isola, Venezia, da Pupi Avati alla Certosa di Bologna, da Toni Servillo a Santa Maria del Pianto, Napoli, da Piero Chiambretti, Don Ciotti e Gian Paolo Ormezzano al Monumentale di Torino, dal politologo Giovanni Sartori alle Porte Sante di Firenze.
Qualche volta è accaduto di aver condotto per la prima volta le mie guide al cimitero dove non avevano neanche loro messo mai piede. L’architetto Gae Aulenti al monumentale di Milano e Margherita Hack all’acattolico di Roma, il cimitero degli Artisti detto anche degli Inglesi.
Molto però era rimasto fuori dalle telecamere e poi accadeva che erano le storie che venivano a cercarmi. Così decisi di scrivere un testo che venne interpretato in versione di lettura scenica al teatro Piccolo Eliseo di Roma da Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Manuela Mandracchia e Giulio Forges Davanzati, coadiuvati dai frammenti della serie televisiva e da molte immagini fotografiche.
All’uscita del teatro una mia amica mi sorprese confessandomi di essere rimasta colpita da una frase che avevo scelto per definire le pose di alcune statue incontrate al cimitero:
erotico abbandono. Feci un sobbalzo. Subito, lì, sulla strada. Fino a quel momento non mi ero resa conto di avere espresso con quell’aggettivo e quel sostantivo un concept. Eros e Tanathos nelle forme della scultura italiana sfacciatamente si offrivano al visitatore dei cimiteri con una sensualità romanticamente pagana e affatto cristiana. Potevo ben sguazzarci dentro l’argomento, visto che per Mondadori avevo pubblicato un’antologia di oltre cinquecento pagine con una prefazione saggistica, dal titolo Eros Italiano. Era un tema a cui avevo dedicato almeno un paio di anni della mia vita. Almeno nella letteratura, dalle origini ad oggi.
La notte stessa misi mano al mio archivio fotografico e selezionai le numerose immagini di statue che, dalla fine dell’Ottocento ai primi Anni Venti, affollavano soprattutto i cimiteri monumentali del nord Italia: ragazze e signore ingude o discinte perfettamente a loro agio nei letti di morte, incontrate per caso durante le passeggiate televisive.
Bisognava farle rivivere e non abbandonarle nei cimiteri, ancora una volta ignorate da molti. Decisi di ritornare nei cimiteri e fotografarle con la luce giusta per poi stampare quelle sculture erotiche di marmo o di bronzo su lenzuola vere, vissute, rubate ad amici e parenti. Perché il lenzuolo? Perché mi permetteva di vederle svolazzanti in cielo, morbide e inafferrabili. E poi a letto si consuma l’eros e la fine della vita.
Nacque
Erotico Abbandono, installazioni di lino e cotone, appese e distese su cappelle e altari di una chiesa barocca, San Francesco, nella città alta dove sono nata, Civitanova Marche. Un progetto voluto da PopSophia, il festival del Contemporaneo. Qualche mese dopo una coppia di lenzuola su una nuova installazione, un cavalletto bianco alto più di tre metri, viene esposto al Padiglione Italia, nella Sala Nervi di Torino per la 54° Biennale d’Arte. La collettiva affollatissima (oltre settecento artisti italiani) ha avuto il pregio di durare a lungo (per il successo di visitatori nonostante il gelo dentro il magnifico spazio progetatto dall’ingegnere Pier Luigi Nervi) e di aiutare a fare amicizie. Ho incontrato così Alessandro Icardi che mi ha invitato a visitare, presso la sua galleria Pow Gallery di piazza Castello, una collettiva di una ventina di artisti dedicata a Marilyn Monroe, in vista della ricorrenza, i cinquant’anni trascorsi da quella la note fatale, tra il 4 e 5 agosto del 1962, quando l’attrice venne trovata morta nella sua casa a Brentwood, Los Angeles.
Tra le installazioni mi colpì subito quella di Angelo Barile che aveva utilizzato una tomba precaria (di quelle che si usano nei cimiteri prima della lapide definitiva). La scrittura ultima però, accanto a un’immagine tonda di Marilyn Monroe in bianco e nero, prevedeva solo la data di nascita. Marilyn, infatti, nell’immaginario non è mai sparita neppure un istante.
Icardi mi coinvolge nella puntata milanese della collettiva curata, per lo spazio
XL Combines Gallery di via Tortona, nella zona dei Navigli, da Giuseppe Iavicoli. Inside Marilyn, titolo della mostra, preso a prestito da un film pornografico diretto da Walter Molitor nel 1985 e sceneggiato da Alain Payet, è efficacissimo per raccontare la fantasia e la creatività degli artisti italiani contemporanei e non solo, visto che sono rappresentati anche nomi storici come Ugo Nespolo, Mimmo Rotella e, naturalmente, Andy Warhol.
Ecco come sono finita dentro Marilyn. Ma cosa potevo raccontare io che con Marilyn ero inciampata e trascinata, grazie alla sua voce, al campo Verano?
Mi sono messa subito al lavoro per realizzare un
mush up delle due voci inventate, inventate dalla Monroe e dalla Calavetta. Ho rivisto tutti i film che Rosetta Calavetta aveva doppiato, fermandomi laddove ci fosse una scena madre. Ho realizzato un nuovo copione di Marilyn/Rosetta dove i temi erano: il primo amore, il successo, la morte e poi gli addii e i gemiti. A rivederli quei film hanno un’unica trama e che Marilyn avesse faticato non poco (senza riuscirci) a venire fuori dallo stereotipo che Hollywood aveva utlizzato per renderla famosa, non è un mistero. Ma quelle due voci, per niente uguali ma sovrapponibili, e soprattutto i sospiri e i soffiati originali di Marilyn, leggerissimi, quasi imprecettibili, mi riportavano al segreto della sua immortalità.
C’è un mondo dentro, un mondo dove il sesso ha qualcosa di innocente e perfino di infantile. Forse, è questa la formula magica del suo essere amata da ogni generazione ancora oggi? Pensai a un titolo,
Dubbing Marilyn, ma dovevo creare un supporto dove lanciare questa onda sonora. Un vetro convesso faceva al caso mio. Dovevo verniciarlo però con una speciale vernice industriale specchiante, dietro, e apporre un’immagine doppia, Marilyn a destra (l’occhio portante) e finalmente della sua doppiatrice Calavetta, a sinistra. Vederle una accanto all’altra, unite per la prima volta, era il mio obiettivo. L’effetto specchio rendeva l’immagine in movimento. Con un sensore appena lo spettatore si avvicinava l’installazione inziava il suo copione doppio.
Restituitre ciò che mi era arrivato addosso mi è parso naturale. E così per la seconda edizione di PopSophia, dove
Erotico Abbandono era nato, ho voluto chiamare sei marchigiani ad arricchire la collettiva Inside Marilyn che cresceva così a 56 artisti.
Inside Marilyn mette in mostra una visione post pop della diva. Racconta la persona Norma Jean (o Jeane) Baker Mortenson, triste, malinconica, pensierosa, vera e il personaggio, Marilyn Monroe, sempre in posa per offrire piacere. La declinazione è in tutte le sfumature del pop, dal surrealismo al fumetto, dal writing al graffitismo.
Punto di partenza, per molti degli artisti è il lavoro di
Andy Warhol (1928-1987) su Marilyn. Il giorno dopo la scomparsa dell’attrice Warhol, che all’epoca aveva da poco iniziato ritratti serializzati di Warren Beatty, Nathalie Wood e Troy Donahue, se ne va in giro per New York alla ricerca di un souvenir/cimelio della diva. Porta a casa una stampa in bianco e nero di una foto pubblicitaria, realizzata da Gene Korman, per l’uscita del film Niagara, nel 1953. In quattro mesi realizza venti ritratti di Marilyn basandosi su quella e unica immagine. Un tema perfetto che sarà costante, anzi ossessivo, nella sua carriera: la morte e il culto della celebrità.
La foto di Korman ha la testa e il mezzo busto di Marilyn su uno sfondo più grande e rettangolare, rispetto all’interpretazione pittorica di Warhol, il quale ritaglia il volto e lo posiziona in modo che sembri uscire dalla tela quadrata. E’ come se Marilyn uscisse dall’inquadratura, anziché entrarvi.
Ma il suo tocco geniale, che non venne neanche capito all’inizio, fu l’effetto catena di montaggio, cioè la serializzazione della stessa immagine, con differenti inchiostri a colori. Il procedimento della serigrafia fa sì che la stessa immagine ogni volta viene leggermente diversa. L’arte è una faccenda da consumarsi come una merce, come la zuppa Campbell sullo scaffale del supermercato.
Per
Inside Marilyn Thomas Bee, l’artista nato a New York ma residente a Milano, realizza tante Marilyn con materiali di uso comune. Più o meno la stessa sagoma, con i capelli ondulati e corti, il sorriso smagliante, una volta la realizza con i Gratta e Sosta del parcheggio di Milano (nei colori dell’arancio e dell’oro), un’altra con pasticche metà bianche e metà celesti, blu e avorio e un’altra con il pluriball, l’imballo più economico e diffuso nel mondo, colorandone i pallini. Thomas Bee dice: “I materiali che uso sono come uno strumento sensibilissimo, capace di una risposta emotiva che si amplifica a potenziali flussi. I “minimi” su cui posso agire tramite questo strumento sono estremi e personalissimi, tanto da stabilire interi percorsi di senso sempre a ridosso del limite percettivo e dove forma, profondità di segno, spettro visivo e contenuto iconico sono sottoposti a una continua, impercettibile, inarrestabile trasformazione in altri stati”. Per lui usare questi materiali significa liberarsi da suoi fantasmi, per noi spettatori/visitatori, invece, esplorare ancora una volta le potenzialità del Pop.

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INSIDE MARILYN, finissage al bar Maretto, Civitanova Marche.
La modella dipinta da Giusy Campolungo con le opere degli artisti in mostra


Stessa sagoma suddivisa in tre parti per l’incisione color arancio del ventiseienne Jacopo Pannocchia, figlio d’arte, originario del Maceratese. Marilyn c’è ma è come se fosse svuotata del suo cliché. Le tre parti della sagoma inoltre sono piene di schizzi neri, cancellazioni. Però è lei, riconoscibile per il suo involcro esterno, ma è come se non ci fosse: è il pieno e il vuoto dell’icona.
Se il piacentino
Luigi Drei, parte dalla Marilyn di Warhol, usando lo stesso colore fauves per lo sfondo e il giallo per i capelli (lavorando però con i colori acrilici) per arrivare a farle piangere lacrime di sangue nero, il caso vuole che la Marilyn di Nizzo De Curtis, di origine napoletana, figlio d’arte, classe 1962, pittore, scultore, scenografo, sia delle stesse dimensioni e degli stessi colori del Drei. Stavolta però al posto del bel viso c’è uno scheletro. La star non sorride più dunque, perché l’arte contemporanea le ha strappato ogni sua finzione. E Marilyn diventa la rappresentazione della Morte e della Vanitas. Su una tela di 80x80 Marco De Barba, bolognese, classe 1972, realizza una star/bucaniere, una Marilyn warholiana con una benda nera all’occhio.
Marilyn è diventata grigia, nera, bianca e non ha più una bocca nella rappresentazione del milanese
Christian Evallini, classe 1978, il quale sceglie tre strisce di un pancale di legno per dipingere con tre colori acrilici la figura della diva a cui sembra abbiano messo un bavaglio. E’ inquietante questa raffigurazione e molto toccante allo stesso tempo.
Così come lo è un piccolo pezzo (20x30 cm) realizzato da
Akab, alias Gabriele di Benedetto, illustratore e fumettista di Milano, fondatore dello Shock studio. La sua opera si intitola Marilyn Autopsy e la raffigura nell’ultima immagine che sia scattata, col collo piegato in avanti, i biondi capelli sporchi e spiaccicati. Un’ immagine che non avremmo mai voluto vedere ma che è facilmente reperibile in Rete.
Anche
Daniele Alonge, nato ad Avola, in provincia di Siracusa, residente a Catania, mette in scena un the end. Si intitola L’ultimo pensiero di Marilyn. Col digitale rappresenta una formula chimica del Nembutal, il barbiturico che l’attrice normalmente prendeva per curare la sua insonnia e che quella notte di agosto del 1962 ingoiò in overdose per farla finita. In un quadrato bianco la formula del benzodiazepine spicca sul rosso.
Ivo Mosele, pittore e incisore, classe 1950, nato a Roana ma vive e lavora a Carré, in provincia di Vicenza, presenta L’ultimo un’opera (45x45) realizzata nel 2003, con una tecnica di cui è maestro: la maniera nera su ferro granito a mordente. Marilyn è qui rappresentata come contenitore di una società consumistica. Al centro della sua fronte c’è lo strappo in alluminio di una lattina, in bocca una chiave antica, simbolo per l’autore di erotismo. In primo piano, a sinistra, il ritratto di un indiano con un cappello in testa con il simbolo del partito comunista. Marilyn diventa così un’icona che ne contiene altre. E quella chiave in bocca riunisce in sé le possibili chiavi di lettura con cui è stato affrontato il mito della diva.

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Ad Inside Marilyn però c’è anche chi la rappresenta in tutto il suo fascino. Gian Pero Gasparini, milanese, classe 1969, sceglie il ritratto in primo piano e lo fa con la sua tecnica particolarissima: pezzetti di stoffa tinti e stinti al punto da raggiungere sfumature imprevedibili e visioni nuove di un’icona. La sua Marilyn (vedi foto) giganteggia per dimensioni (120x120) e potere ammaliante.
Basta una tela di sacco, pochissimi segni e tre colori, il bianco, il nero e un poco di rosso, all’artista slovacca, nata a Bartislava nel 1976, trapiantata a Milano,
Dana Danica Ondrejovic, per rappresentare una Marilyn poetica e lieve, rarefatta. Un’immagine lontana dal glamour e dalla celebrazione: è la sua essenza. Una visione interiore che Dana ci restituisce con naturalezza, così come quando fa uso di cartone e carta per le sue installazioni.
Realizzata con acrilico, olio e fluoro, anche la
M. M., così si intitola quella di Enrico Camontelli (mantovano, classe 1980), è quasi impercettibile: un cono di luce fa ombra alla sua figura, ma sulla tela la silhouette riconoscibile nell’abito che si alza per il vento della sotterranea (dal film Quando la moglie è in vacanza) è piccola rispetto allo spazio bianco che la contiene.
Se il mondo di
No Curves, artista milanese, è fatto solo di nastro adesivo non poteva mancare la sua Marilyn. Nastro adesivo rosso, nero e grigio su fondo in plexiglass. Tutte le sue opere sono manifesti per “riflettere con autoironia sul rischio di tutti i manifesti, artistici e politici. L’ideologia spinta all’eccesso genera mostri: qui la glorificazione estetica della linea retta contro “le impure curve” è metafora di tutte le aberrazioni dittatoriali del secolo passato”.
E’ il 1949 quando Marilyn posa nuda sopra un velluto rosso per un calendario. Per quella foto realizzata da Tom Kelley e intitolata
Miss Golden Dreams venne pagata 50 dollari. Pochi anni dopo quando Marilyn aveva già raggiunto il successo Hugh Hefner la comprò per 500 dollari e la piazzò nella copertina del suo primo numero di Playboy. L’immagine fece il giro del mondo. Un giornalista durante una conferenza stampa chiese a Marilyn il perché di quel nudo e la risposta lasciò a bocca aperta per la sua sincerità: “Avevo fame”.
Andy, alias Andrea Fumagalli, fondatore insieme a Morgan dei BlueVertigo negli Anni Novanta, dipinge proprio quella Marilyn in posa nuda e sorridente con colori fluorescenti in un’esplosione di rosso, giallo, viola, verde, fucsia.
E’ curioso venire a sapere che l’immagine fotografica di Marilyn Monroe sia la più riprodotta insieme a quella del guerrigliero, scrittore e medico argentino Che Guevara, ucciso dall’esercito boliviano. Non so se l’artista abruzzese
Pep Marchegiani lo sapesse. Ma è evidente che la sua ricerca, in cui rielabora e fagocita i loghi, gli stereotipi, con irrivirenza e allegria per colore, forma e accostamento bizzarro e soprattutto per prontezza di tempo nel rielaborare per esempio un personaggio politico, fa sì che una delle sue svariate Marilyn presentate alla collettiva sia una Marilyn/ Che, con tanto di sigaro in bocca trattenuto da denti maschili e basco sopra i capelli biondi. Ma anche la sua Mc Marilyn presentata per la prima volta a Civitanova Marche è di sicuro impatto. E Marilyn per il montesilvanese Marchegiani è seducente sì ma da consumare come un panino Mac Donald il cui logo attraversa il volto senza neanche farsi troppo notare. Marilyn e il marchio è tutt’uno, subliminalmente.
Per la civitanovese Manuela Cerolini, invece, Marilyn è l’ icona di bellezza per tutti gli uomini che l’hanno desiderata e tutte le donne che l’hanno ammirata o imitata. I suoi collage, realizzati con incisioni calcografiche, propongono tante versioni della stessa immagine. Mediante un intervento di skinning, spellatura, le stampe vengono rimosse dal supporto cartaceo e incollate su tavola, per poi essere interpretate sulla base della loro casualità: spezzate, frantumate, sovrapposte. Dalla matrice e dai suoi altrettanto inevitabili doppi  ne escono immagini sempre nuove. Varianti che riconducono all’icona: Marilyn è ora seducente, attraente, affascinante, incantevole, provocante, eccitante, inebriante.

Pietro di Lecce, milanese, classe 1980, realizza un visionario, ironico e spiazzante Another Fucking Marilyn in acrilico, smalto e pennarello su tela: Marilyn è una paperina coloratissima e la testa di Andy Warhol, in bianco e nero, sembra un gingillo uscito dalla bocca della papera sanguinante di rosso.
E ancora nel segno del fumetto l’opera multipla di
Giampaolo Atzeni, cagliaritano, classe 1954 in acrilico su tela. Il volto di Marilyn, stilizzato e quasi imbruttitio, incorniciato in un monitor della tv si sovrappone alle classiche eterne gambe con gonna bianca svolazzante di Quando la moglie è in vacanza. C’è anche un ferro da stiro sul tappeto che fa pensare a Matisse e un filo elettrico che cade dalla tv. Originale esempio popschizofrenico.
Marilyn tra i fiori è un collage di carta su tela (30x30) realizzato da Franco Morresi, classe 1941, nato a Civitanova Marche. L’attrice americana è nel suo splendore, un fiore in balia del vento, luminosa ma fragile e forte allo stesso tempo, in ogni caso da adorare e proteggere. Senza alcun intervento del pennello l’opera è realizzata solo con carta.
Pietre, pietruzze coloratissime disegnano metà del volto della Marilyn di
Alberto Bongini, torinese, classe 1956. Il volto della diva viene inondato di cromie, contrasti e si inonda di luce con il mosaico.
Per Art Code Marilyn viene rappresentata attraverso il forex intagliato come un codice a barre. Dietro la sigla si celano due artiste torinesi, Francesca Pavese e Valentina Montresor, che fanno della fotografia e della grafica la loro arte. Il commercio è per loro fonte di ispirazione e perciò la loro Marilyn consumabile diventa fascinosamente fruibile.

L’opera di
Marco Minotti si intitola Gli uomini preferiscono le bionde gemelle e si ispira alla locandina del famoso film del 1953, dove Marilyn Monroe è cooprotagonista insieme a Jane Russell, dirette dal magnifico Howard Hawks. Nell’opera del Minotti (classe 1973, vive e dipinge tra Milano e Vienna) le due attrici, rappresentate una accanto all’altra, vengono guardate, ammirate, adorate dal basso da piccoli uomini, esseri umani indifesi. Le loro gambe allungate rendono le due figure simili a palazzi o meglio ancora grattacieli. Due Boeing, ai lati, stanno per arrivare. Marilyn come le torri gemelle: cresciuta, costruita, adorata, utilizzata, uccisa, distrutta, dalla follia e dal cinismo.
La scena è ancora a New York per la rappresentazione dello dello street artist torinese Emanuele Mannisi (conosciuto come Orma il viandante). La sua Liberty Marilyn viene realizzata su una vera bandiera americana e la statua ha il volto sorridente dell’attrice.
Millo, artista abruzzese (il suo nome è Francesco Millo Giorgino), nella sua tela 100x120 sembra mettere in scena, in bianco e nero, il mondo onirico e inconscio di Marilyn. Una donna è nuda, distesa, al centro del dipinto e attorno si snodano piccole figure: i mariti, i piccoli bambini non nati (Marilyn non riuscì a portare a termine diverse gravidanze con suo grande dolore) le pasticche di Nembutal, gli amanti John e Bob Kennedy, la bandiera americana e la bandiera sovietica.
Nell’immaginario degli artisti presenti a Inside Marilyn John Kennedy non è stato dimenticato, anche perché tra le ipotesi della morte di Marilyn qualcuno ancora non esclude un’azione dei fratelli Kennedy i quali vedevano minacciata la loro carriera, quando Marilyn, amante di John e di Bob, disse che avrebbe annunciato al mondo quella relazione segreta. Così si passa dal piccolo dipinto dal titolo Happy Birthaday Mister President, di Mariano Franzetti, artista argentino che vive tra Milano e Civitanova Marche, il quale ha realizzato un primo piano in bianco e nero su cui è calzato in testa uno slip rosso (alcune bocche rosse anch’esse rallegrano il volto e lo marchiano per sempre), alla rappresentazione di Pietro Puccio, artista milanese che fonde pittura, performance ed elaborazione digitale. Proprio di quest’ultima si tratta, su semitrasparente. Il suo Kennedy è costruito con frammenti, spezzettature come un fotogramma inceppato del ricordo personale e della memoria collettiva. Scrive Puccio sul suo Kennedy: “Rassicurante forse. La bocca, come uno squarcio di luce lo è meno. I tagli lo interrompono, lo inceppano, lo rendono meno fluido, meno fruibile, più inatteso. Inatteso al posto di Marilyn. Marilyn così abusata, così riconosciuta, più che conosciuta. Quanto avrebbe bisogno quella poverina di un silenzio lungo cent’anni. Quindi eccolo al posto di lei, a prendersi la responsabilità di apparire una volta di più. Ancora in grado di stare sotto i riflettori, di prendersi gli sguardi a lei rivolti, in virtù di quell'antica relazione che fortunatamente non interessa più a nessuno. Politico e quindi uomo doppio, che non dorme mai, moltiplicato e sottratto, tagliato e ricomposto, abile e inabile a resistere al tempo.”

Nicolini a Inside marilyn
Inside Marilyn, inaugurazione
Valeria Paniccia, Renato Nicolini, il sindaco Corvatta e l'assessore Silenzi

Diego Scursatone, torinese, intitola Mount Marilyn il suo acrilico su tela (30x 70). Una donna, vestita in bianco come le sue scarpe decolletées, è seduta compostamente. Il suo volto ha qualcosa di disorientante: è Marilyn o è Jacqueline? E quell’automobile scoperta che sembra conficcarlesi in gola? E il piccolo uomo nero che sembra proiettatto è già l’anima di J.F.K.?
Anche il civitanovese Giulio Vesprini mette in scena il mondo di Kennedy in Quel che resta. La sua opera digitale, nei toni del verde bosco, contempla mondi separati. Marilyn se ne sta seduta per terra e le gambe dritte di fianco ma ha il volto completamente cancellato. C’è lui, J.F.K. che campeggia in primo piano a sinistra e tutta la sua famiglia nella classica foto in posa, ma c’è anche il fungo dell’atomica, l’edificio che ha accolto la piccola Norma Jeane quando era orfana, un pastiche di segni (baia dei porci compresa) ad alimentare la favola tragica del successo.
Sia per
Guido Laudani, romano, che per Riccardo Ruggeri, civitanovese, la rappresentazione di Marilyn è un fatto emozionale ed interiore. Laudani mette in scena uno scatto fototografico di Arthur Miller alla moglie Marilyn mentre lei legge un libro (i denigratori dell’attrice sostengono che amasse più farsi fotografare con i libri in mano che leggerli). Sceglie inoltre una ragazza della porta accanto, Teresa, che si mette in posa per riprodurre uno stato d’animo di Marliyn. Ruggeri, invece, usa un’immagine non abusata dell’attrice con uno sguardo lontano (quanti saranno gli scatti in cui Marilyn non guarda l’obiettivo?), schizza i suoi tratti di nero sulla tela bianca, facendo risaltare la donna e il suo stato emotivo (malinconia? paura?) e non la star.
Anche la Marilyn dello street artist
Mr. Degrì (Luca de Gradi), comasco, classe 1981, è interiore. Anch’essa in bianco e nero, in acrilico su carta (2metri x3) a parte due due tondi arancioni, come Miky Mouse, che sono un po’ la firma dell’artista. Un grande manifesto in cui il ritratto di Marilyn è al centro ed è immagine mentale, sognata che viene addosso a chi la guarda. Il titolo dell’opera è Hollywood is Italy. Come fosse un auspicio: anche in Italia si possono realizzare i sogni, partendo dal nulla, come ha fatto Marilyn. Ne abbiamo le capacità e il talento.

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MERELIN, Mr. Degrì (Luca de Gradi)



Per Mr. Wany, Andrea Sergio, originario di Brindisi, invece, è una Merelin da incubo, sopra il primo piano della diva una scena da favola nera: una Marilyn in miniatura, nuda è contesa da due uomini/orchi barbuti.
Tra i writers,
Xel, torinese, nato nel 1975, presenta Tributo dove la Monroe, in bianco e nero, sembra una fatina con il suo fiore in mano al posto della bacchetta. L’attrice curvilinea ridotta in due dimensioni, persino meno bella del solito, ma altrettanto simpatica, grazie allo sguardo birichino.
Se per Giordano Morganti, milanese, classe 1956, Marilyn è proprio una bambola con le fattezze e gli abiti di Biancaneve (stampa su carta), fotografata in bianco e nero, per Sefano Bordieri, nato nel 1968 a Torino, sono le drag queen torinesi che si mascherano da Marilyn con l’aiuto delle parrucche e del trucco. Si intitola Marilyn 3d, l’opera in bianco e nero (50x70) di Stefano Stefanini, torinese, classe 1987, che, elaborando digitalmente un unico volto dell’attrice, ottiene un effetto tridimensionale.
Giuseppe Iavicoli
rappresenta due tette/sacchi dove adagiarsi comodomante o sprofondare per immaginare di essere in una parte del corpo della diva. Due capezzoli rosa sono al centro del sacco tondo stampato in bianco e nero con le celebri immagini di Marilyn Monroe.
Zdora Marilyn si intitola l’opera di Vania Elettra Tam, la quale propone una Marilyn casalinga, vestita in abiti succinti che sta preparando i tortellini, un’immagine tutto sommato onirica che non sarebbe dispiaciuta a Fellini (ma come mi ha riferito il suo assitente Filippo Ascione, il regista riminese dipingeva le attrici italiane, quelle che incontrava).
Giuditta Solito riproduce con olio su tela uno scatto di Marilyn vestista solo in mutandoni con i lacci di lato, a pancia in sotto e sedere all’aria. La intitola Marilyn Old Style. Ma la vernice gocciola giù dal materasso su cui l’attrice in versione pin-up è in posa sexy. Inevitabile notare quanto fosse nascosto all’epoca il lato b. Le decorazioni aggiunte dall’artista ricordano il tempo del Flower Power. E per Martina Pagnanini, nata a Jesi nel 1977, Marilyn ha l’aspetto streghesco con la maschera in volto (l’opera è realizzata con ricamo, pizzo e filo).
Gianni Ganasso, nato a Sciolze, nel 1948, utilizza due segnali stradali per rappresentare la sua Marilyn. In quello tondo elabora uno sfondo nero a cerchi concentrici sfumati di rosso e inserisce al centro una posa cinematografica dell’attrice tratta da Quando la moglie è in vacanza. Ma il famoso abito bianco da cocktail si alza ai lati non per il vento proveniente dal tombino della 52ma strada, bensì per le magnifiche ali bianche che l’artista le ha disegnato. L’opera si intitola: Oh my Good I can flay! Nel segnale stradale triangolare Ganasso mette in scena un impermeabile aperto, sospeso nel vuoto, con dentro una miniatura del corpo di Marilyn e la intitola Hello! “Volevo rappresentare non il mito ma l’essere umano - racconta l’artista piemontese - e anche il Mistero e la bellezza dell’Essere di Luce”.
Amavo il tuo sorriso ma ho preferito il mio si intitola l’opera di Fabio Weik il quale trucca la sua Marilyn con il monoscopio della tv (l’artista lo usa fequentemente nelle sue tele e nelle sue installazioni). Così il test card, cioè l’immagine fissa che servirebbe a testare la qualità della trasmissione, diventa il trucco/maschera del viso di Marilyn che sembra schizzare via su uno sfondo nero attraverso frammenti d’oro con un impatto ad alta velocità. Marilyn appare, dunque, e non sparisce come un pulviscolo d’oro, diceva Pier Paolo Pasolini in suo verso, alla morte dell’attrice.

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Raputz, alias Luigi Muratore, milanese, classe 1968, in Diamonds, realizza un ritratto che riconduce alla memoria di Diamonds Are a Best Girls Friend, la canzone nella pellicola Gli uomini preferiscono le bionde del 1949: una Marilyn bianca e rosa, in posa, è attraversata da righe geometriche e segni grafici. L’artista crea così un ritratto di un singolare magnetismo. Mentre Stefano Bressani, nato a Pavia, con la sua OMAMA, in tessuto e polistirolo, compone una Marilyn con i capelli neri, sorpesa e spaventata che si tiene il viso tra le mani e che invita chi la guarda a sorridere. Guido Duty Gorn, milanese, nato nel 1980, intitola la sua tela 60x80 in acrilico e tempera Trice, Marilyn: le geometrie dei segni e le scritte armoniche formano un ritratto figurativo in primo piano nei colori del fucsia, del rosa e del celeste. E Trice che sta dentro la parola Attrice riempie il volto di Marilyn.
Il napoletano Angelo Volpe /Mr. Fox realizza due oli su tela (50x40) The Black moment e The Blonde moments, due bimbe-fumetto, una bionda e una bruna. Ecco come come l’artista mi spiega il suo concept: “Nella versione The Blonde Moments Marilyn è quella che tutti conosciamo perché nonostante la sua scomparsa, continuiamo ad ammirarla attraverso i numerosi filmati e foto che la ritraggono come femme fatale, e che ancora oggi ne celebrano il mito. Però, io credo che ogni individuo custodisce in sé la propria essenza, qualcosa che al mondo esterno non sempre arriva e che spesso celiamo per preservare la nostra reale essenza vitale. Personalmente è questo che a me intriga delle persone, non l’apparenza, che siano personaggi famosi come Marilyn oppure no. La versione The Black Moments di Marilyn diviene una metafora per raccontare la difficoltà di dipingere l'anima delle persone, quell'universo misterioso al quale si può accedere solo se ben accolti e invitati ad entrare al di la dello sguardo”.
Per
Sigis Vinilis, nome d’arte di Matteo Vaccari, milanese, classe 1978, Marilyn è un brand. Firma Kiss me Baby, la sua installazione con il suo celebre segno (perché l’artista lo utilizza spessissimo), una grande bocca, stavolta color jungle fever, in una scatola di cioccolatini Perigina di colore azzurro dove campeggia un ritratto di Marilyn a cui vengono applicate le superlabbra glitterate. L’accostamento tra quella bocca, simbolo di eros, e lo sfondo zuccheroso dei baci perugina crea un cortociurcuito tra innocenza e perversione.
Ezio Minetti, (vive a Ovada, in provincia di Alessandria), mette insieme 5 piccoli quadri con il ritratto di Marilyn (la foto originale in bianco e nero a cui si è ispirato Warhol), ne segna brevi segmenti con il colore, accosta una borsetta anni Cinquanta con un paio di occhiali e sotto una piccola scatola/bomba. Un’atomica bionda.
La fotografia è uno dei motivi per cui il successo di Marilyn Monroe dura tutt’ora. E le immagini di Norma Jeane perdurarono più a lungo, rispetto a quelle di Marilyn Monroe. Mi spiego: quando era ancora modella e aspirava a fare l’attrice, nella metà degli Anni Quaranta, era di moda il
Kodachrome, un tipo di pellicola eccellente per imprimere i colori in maniera brillante e duratura. Poi la qualità andò a farsi benedire quando uscì la pellicola per negativi e diapositive. Quindi successivamente la qualità delle foto di Marilyn scolorirono e divennero color magenta. Oggi con la Rete il problema non esiste ed Enrico Alberti, torinese, fotografo, con la sua opera intitolata Marilyn 2012, mette in scena un insieme di immagini fotografiche come fossero pescate da Google e il soggetto, la videata, diventa architettura sul plexiglass.
E’ singolare che il cinquantenario della scomparsa dell’attrice abbia permesso, grazie alla Rete e in particolare a
Facebook di rendere fruibile gli scatti fotografici meno noti. Pare sia stato firmato un accordo tra Facebook e gli eredi di Marilyn Monroe. E così oggi la diva è meno diva, più intima, ancora più familiare. Ogni giorno su fb diverse pagine a lei dedicate scaricano decine e decine di immagini inedite. L’effetto tuttavia non è di saturazione. Al contrario, pare di non averla mai conosciuta ancora.
Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 - Milano 2006), che ha realizzato numerosissime Marilyn con la tecnica da lui sperimentata, il décollage, così spiega l’origine della sua intuizione: “Era il 1952 e io non volevo più dipingere. Avevo studiato tutti i grandi, da Picasso a Matisse. Da Mirò a Pollock. Pensavo: tutto è stato fatto, ormai. Poi una mattina, uscendo dal mio piccolo studio di Roma, vidi i muri della città tappezzati totalmente da questi manifesti strappati. Erano per lo più affissioni pubblicitarie e locandine di film americani. Avevano una forza enorme, dei colori meravigliosi”. Marilyn inizia a essere strappata da Rotella nel 1963, a volte sovrapponendo anche altri film, con effetti curiosi. Strappando brandelli dai manifesti dei film di Marilyn è come se Rotella intendesse far sopravvivere l’icona sacra e divina, in contrapposizione a una vita distrutta, a un’esistenza cessata prematuramente. Quei pezzetti di carta tirati via dall’artista rappresentano da una parte il tentativo di salvare Marilyn dall’inevitabile deterioramento di quei manifesti e dall’altro l’impulso distruttivo nei confronti di una bellezza eterna e irraggiungibile. Lacerare Marilyn Monroe dunque è anche un gesto, oltre che un effetto visivo molto esplicito. Per Inside Marilyn è in mostra il décollage di Orchidea Bionda e Quando la moglie è in vacanza ma anche A qualcuno piace caldo con i versi di Alda Merini (1931-2009): Caro, tu/ non crederesti/che io credo nei mie occhi/come dentro il tuo/amore/Me li hai dati tu/questi occhi e me li/vuoi rubare/per un furto/ a prova di sogni. Marilyn Bellezza Eterna si intitola il progetto che il creatore della tela emozionata e del décollage e la poetessa dei Navigli che cantò l’inferno e l’amore, avevano pensato insieme nel 2005.
Sebastiano Balbo, torinese, ideatore dell’eco-art (il suo manifesto è fare arte dell’arte già fatta) presenta La divisione. Post production (70x100). Balbo dialoga con il décollage di Rotella. E nella sua scatola in plexiglass foderata di stoffa nera appunta lo strappo di Rotella. La strisciolina bianca è il risultato dunque del manifesto lacerato. Sostiene infatti l’artista: “La divisione, in più parti di uno o più multipli, appartenenti ad una identica serie, origina pezzi unici e/o multipli di seconda generazione, in quantità dipendenti dal carattere, originale o ripetitivo, dei tagli effettuati”.

Tra gli artisti storicizzati presenti a Inside Marilyn vibra per colori e sintesi Ugo Nespolo (Biella, 1941), con Marilyn Pois e Marilyn Lady, serigrafie materiche e collage su faesite (entrambe 60x60). L’artista ha dedicato all’attrice americana moltissime sue opere. Il volto di Marilyn viene scomposto, frammentato, colorato, reinventato. Di Andy Warhol (1928-1987) in mostra due opere: una serigrafia (30x30) e una serigrafia su lastra di alluminio (50x50), cortesemente messa a disposizione dall’artista Roberto Torregiani che vive tra Stoccolma e le Marche, dove è nato.
Maurizio Galimberti (Como, 1956) dopo aver esplorato, con il suo ready made, Marilyn, (elaborando, a partire da cartoline di Andy Warhol, acquistate al Moma di New York, una nuova opera, attraverso anche l’uso della sua Polaroid), presenta alla Pow Gallery la sua copertina di Vanity Fair con i suoi inconfondibili segni: timbri, francobolli, segni e la fatidica Polaroid che l’artista centra sul viso languido di Marilyn, in pelliccia bianca e rossetto jungle fever.
Alain Payet (1947-2007) il regista e sceneggiatore di pellicole erotiche, tra cui Inside Marilyn, realizza un mosaico composto da sequenze cinematografiche in miniatura. Costringe il visitatore a tuffarsi nel quadro (40x70) per tentare di comprendere cosa si stia svolgendo in quelle scene. Ma sarà un tentativo vano. L’occhio percepisce solo qualcosa di vagamente pornografico in quelle miniature di pellicola in 16 millemetri. E forse è meglio così.
Oggi più che mai siamo tutti siamo ai piedi di Marilyn Monroe. Una tredicenne, figlia di una mia amica, in visita alla mostra che ho coordinato all’auditorium San Paolo di Civitanova Marche Alta, mi ha confessato di adorarla e di conoscere tutto di lei. Tutti la amiamo come attrice e come donna. Perciò in
At Her Feet l’ho voluta rappresentare stampata dentro la pianta di due ciabattine da mare, sorridente, con una ciocca bionda di capelli che le fa ombra sul viso e con indosso un costume intero, bianco, che sembra farle traballare il seno, su una spiaggia in cui il mare è di un azzurro che più azzurro non si può. Un’immagine che ho voluto stampare in un lenzuolo king size, usato, vissuto, come sempre le mie tele, regalatomi da un hotel a cinque stelle, hotel frequentato dalle star di Hollywood che giungono a Roma. Ho appeso il lenzuolo, stendendolo sul filo dell’eternità con mollette di legno, su un enorme cavalletto di legno, verniciato bianco e alto più di tre metri. Ma se non fosse morta così tragicamente cosa ne sarebbe di lei? Secondo me avrebbe due piedi da ottantaseienne come quelli che ho ritratto, con le unghie smaltate di rosso, l’alluce valgo, le vene varicose, che ho stampato sul lato b della mia installazione. Valeria Paniccia

r 40Valeria Paniccia, INSIDE MARILYN

Inside Marilyn
Pow Gallery, piazza Castello, n.51, Torino,
2 - 23 dicembre 2011
Combines XLGallery, via Tortona, n.9, Milano,
26 aprile - 13 giugno 2012
Auditorium San Paolo, vicolo San Paolo, Civitanova Marche Alta,
12 luglio - 5 agosto 2102
Antico Caffè Maretto, piazza XX Settembre, Civitanova Marche,
8 - 26 agosto 2012
Brl Cultural Space, Largo Belvedere, Montesilvano Colle,
8 - 29 settembre 2012



fulvio abbate INSIDE MARILYN
Fulvio Abbate e Valeria Paniccia
alle spalle At Her Feet (lato A)



AI SUOI PIEDI/AT HER FEET
Installazione di Valeria Paniccia
digitale su due lenzuola di cotone 3,10 x 2,90 (2012)

r30Ciabatte Marilyn all black copia
Valeria Paniccia, At Her Feet (Side 1)

r20ato b copia 2

Valeria Paniccia, At Her Feet (Side 2)