Valeria Moriconi, Dea del Teatro e degli Abissi

Valeria Moriconi in camerino copia
Valeria Moriconi in una sequenza della mia serie tv Il miele e la feccia, il mestiere dell'attore
RaiEducational, prima puntata

Quando ero ragazza sulla parete della mia cameretta campeggiavano tre poster: il sedere di chi Chi mi ama mi segua (la pubblicità dei jeans di Fiorucci fotografati da Oliviero Toscani), Marilyn Monroe vestita di pizzo nero in un’immagine a colori e la lettera di Eduardo a Valeria Moriconi. Non era una lettera ma una fotocopia ingigantita di un biglietto scritto a mano, appesa davanti al letto, su un fianco dell’armadio bianco. Prima di coricarmi quelle righe poetiche erano una visione obbligata.
Quasi come una preghiera.
Il mio primo incontro con Valeria Moriconi fu a dir poco disarmante. Avevo appena preso la patente e con una piccola auto di seconda mano mi infilai tra le montagne per arrivare da Civitanova Marche a Fabriano dove recitava la Moriconi.
Alla fine dello spettacolo mi presentai in camerino. Anch’io, come lei, sedicenne avevo recitato nella filodrammatica del mio paese. Che lei avesse iniziato così la sua passione per il teatro, sostituendo un’attrice che si era ammalata nella filodrammatica jesina, all’epoca non lo sapevo. Per me era un Mostro Sacro e trovai il coraggio per dirle che volevo fare l’attrice. La sua risposta fu lapidaria: “Mia cara, non demordere e buona fortuna!”.
Quell’episodio, mai confessato prima d’ora, finì in un mio libro edito da Mondadori quando raccontai che l’antifona non era affatto incoraggiante nel milieu artistico per un aspirante attore o attrice.
Per avere un’idea di come sia cambiato il mio rapporto con lei ripenso a quel suo dono inaspettato: un mazzo di fiori gialli profumati il giorno dopo la cena in suo onore che avevo organizzato in casa mia, a Roma.

09a.Macbeth-con-corona
Valeria Moriconi in La tragedia di Macbeth, 1971, regia di Enriquez, Teatro Stabile Torino

In mezzo, tra il disprezzo, bonario ovviamente, e le fresie gialle è trascorsa una vita.
Ho partecipato alla realizzazione di un suo sogno: costruire da una cava sperduta sulle falde del Monte Conero un teatro di duemila posti all’aperto. Era un’idea di Franco Enriquez, colui che possiamo senz’altro considerare il suo secondo maestro dopo Eduardo. La foto del regista incorniciata d’argento l’ho sempre vista nel suo camerino. “Valeria mia, sempre buongiorno”, c’era scritto. E a quel sogno di Enriquez e Moriconi molti anni dopo, verso la metà degli anni Ottanta, con la complicità di Alessandro Giupponi, che era stato assistente di Enriquez, collaborai insieme a un nugolo di giovani: dipingevo di nero i tubi innocenti, ero mascherina in sala, all’occorrenza sarta o attrezzista.

Foto_Enriquez_piccola
Franco Enriquez

Lei, Valeria Moriconi, era felice di quella sua creatura: il teatro era sempre pieno. Ricordo che i biglietti costavano sessantamila lire per vedere Benigni e Grillo. Ma recitavano pure Irene Papas, Giorgio Albertazzi, Peppe Barra e lei naturalmente. Ciò che mi ha sempre colpito quando era in scena era la sua forza fisica. Un’attrice che non si risparmiava mai. Neanche dopo i sessant’anni quando in uno Shakespeare faceva la ruota e girava coi pattini sul palcoscenico.
Non ci si distraeva ad ascoltarla, perché Valeria Moriconi era magnetica. Ti teneva incollato a lei. E si capiva tutto, anche quando recitava
Emma B vedova Giocasta di Savinio. Io credo che questa sua dote non sia attribuibile a tutti gli attori. Probabilmente dipende dal fatto che lei capiva quel che recitava. Ho un altro ricordo visivo di lei: quando prendeva il sole ai sassi neri, sempre sul Conero. Lì il mito si accresceva ancora di più: stupenda nuda, con la pelle color oro. Naturalmente non osavo avvicinarla, la osservavo da lontano. Anche se era lei che ci voleva a cena e qualche volta condivisi il desco, la sera.
Mi piaceva tutto di lei, come si nutriva, il suo modo di portare gli anelli, uno zaffiro blu e un rubino rosso insieme, come ci raccontava di Ercolino Patti, il fatto che di sé stessa, sessualmente parlando, diceva di non essere stata uno stinco di santo.
Insomma amavo il suo essere indipendente, libera, rivoluzionaria.

Moriconi_026-40


Alle Cave quando recitava Filumena Marturano io vendevo i programmi di sala che Mezzasoma, il suo produttore dell’epoca mi aveva affidato. Fu la prima Filumena non napoletana. Roberto Murolo era stato il coach per il napoletano. Un grande successo: 350 repliche in due anni di tournée. Seppi poi che lo stesso Eduardo negli anni Settanta suggerì alla Moriconi quella commedia, ma non se ne fece niente perché pare che non ci fosse nessun Domenico Soriano disponibile. Ed Eduardo aggiunse: "Se la commedia si fosse intitolata Filumeno Marturano avremmo trovato l’attore”. Non posso non dimenticare la Filumena Marturano televisiva di un’altra non napoletana, Mariangela Melato che accanto a Massimo Ranieri ci ha regalato una prova di grande bravura. In quel caso, tuttavia, era come se la sfida non fosse riuscita.
Poi partecipai a un altro sogno di Valeria Moriconi: la realizzazione dello Stabile delle Marche. Stavolta però come addetto stampa. E anche lì come primo lavoro per il debutto volle dei giovani. Per la prima volta debuttava il Leopardi drammaturgo, l'autore de
La virtù indiana, Pompeo in Egitto - le uniche tragedie interamente compiute, scritte rispettivamente a 13 e 14 anni. Anche quello un sogno di Franco Enriquez. La Moriconi scelse Franco Però come regista. Il cast era di giovani sconosciuti. Lo spettacolo si intitolava Lieti inganni, felici ombre.
Nel 1992 la intervistai per un mensile patinato,
Élite. Lei mi venne a prendere con la sua fuoristrada scoperta e io ebbi veramente paura di inoltrarmi nella foresta. Mi aspettavo una villa con piscina e invece era una casetta modesta. Purtroppo non ritrovo quell’intervista nel mio computer. Ma grazie alla capacità di custodire la memoria del suo lavoro Valeria Moriconi conservava tutto e così mi sono ritrovata nel bellissimo libro che il Centro Studi Valeria Moriconi, cinque anni dopo la sua scomparsa, realizzò con i materiali lasciati dall’attrice marchigiana: Come in uno specchio, un lavoro curato da Franco Cecchini. Nessuna attrice ha un volume così ben costruito, realizzato con le interviste rilasciate in una carriera che va dal 1952 al 2005.

DSC_0848-2
Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini che hanno lavorato con Valeria Moriconi in diversi spettacoli (qui nel 2008, alla presentazione del libro Come in uno specchio, a cura di Franco Cecchini, pubblicato da QuattroVenti). Rigillo nel 1972 era accanto alla Moriconi in Gli innamorati di Goldoni, nel 1986 in Tutto è bene quel che finisce bene di Shakespeare e L'anima buona di Sezuan di Brecht nel 1973. Rossini, invece, Orestea di Eschilo nel 1987.


Ecco l’introduzione di quell’intervista.
“Valeria Moriconi, in Italia, costituisce ad oggi l’unico esempio (anzi esemplare – nel senso di razza – dato che la “bestialità” da palcoscenico è una sua straordinaria e inequivocabile caratteristica) di grande attrice capocomica. Gestisce la compagnia “Teatro e Società”; dirige, dall’anno scorso, dopo averlo fatto ristrutturare, un gioiellino di teatro nel cuore di Roma; è presidente del Centro Studi Teatrali intitolato a Franco Enriquez; ha reso possibile la creazione di un teatro mobile in una cava abbandonata alle falde di un monte, a Sirolo, dove ogni estate vengono accolti duemila spettatori a sera; recita testi che per altri sarebbero irrappresentabili come La nostra anima di Alberto Savinio, ottenendo a Spoleto clamorosi successi, o opere di drammaturghi come Renato Sarti (Ravensbruck), trentacinquenne milanese, o difficili come Thomas Bernhard (Alla meta) con un regista venticinquenne, Piero Maccarinelli; rischia puntando su giovani registi e, last but not least, si è messa in testa, nonostante la crisi del teatri stabili pubblici, di crearne uno nella sua regione, le Marche (Valeria Paniccia, La sera del debutto, «Élite», giugno 1992)”.
Due anni dopo, invece, per il quotidiano di Genova, il
Secolo XIX, la raggiunsi nella sua casa romana sui tetti, in via del Pellegrino. Ecco per intero l’articolo:


“ROMA - Se ne va in Cina a recitare Valeria Moriconi. Come le grandi attrici dell'Ottocento che si spingevano a esibirsi fino anche in Polinesia o in Australia. E lei è un ultimo esemplare (nel senso di razza, bestia da palcoscenico inequivocabile e straordinaria) di una Grande. E' già approdata nel passato a Los Angeles dove ha recitato in inglese La venexiana e a Mosca dove ha dato il meglio di sé nella Locandiera e la Bisbetica domata in lingua russa. Stavolta però reciterà nella nostra lingua, su invito dell' Istituto Italiano di Cultura, in barba ai direttori dei teatri che non l' hanno voluta. Ci precisa, infatti, con amarezza, che "c'è stata una certa resistenza da parte di molti operatori teatrali" a scegliere la sua ultima fatica, Interrogatorio alla Contessa Maria, "uno spettacolo che è stato apprezzato, diverte, un testo poco noto ma che credono sia un monologo e lo rifiutano; invece io ho solo una parte più lunga, recitano altri due attori accanto a me". Non è una fuga, naturalmente perché in Oriente non avrà neanche il tempo di fare turismo dato che l'aspettano oltre che due piazze come Pechino (un teatro da novecento posti) e Shangai - dove sono sono pronti gli ideogrammi di Emma B vedova Giocasta, il monologo di Alberto Savinio- incontri con gli allievi dell'Accademia d'Arte drammatica e persino con quelli dell'Accademia dell'Esercito.
Una vitalità e una passione quella di Valeria Moriconi per il teatro che non la distoglie da qualche anno da un unico desiderio: dirigere un Teatro Stabile nella sua terra d'origine.
Perché questa idea fissa, Signora Moriconi?
E' un po' come prepararsi una casa. Tutte le regioni sviluppate dal punto di vista economico, sociale e culturale hanno uno Stabile. Nelle Marche no. Io faccio da garante, apporto la mia storia personale e la mia esperienza. Questa piega che sta prendendo la mia carriera è solo un'altra faccia del mestiere che fino ad ora non avevo mai sperimentato.
Cosa significa per un' attore dunque, e non per un manager o organizzatore, esporsi in prima persona. Quali i rischi e quali i vantaggi?
Rischio di perdere tempo per il mio lavoro, come attrice, però allo stesso tempo mi si offre la possibilità di scegliere direttamente testi, programmare una stagione, curare l'immagine di un teatro, occuparsi insomma di tutte quelle funzioni che un teatro deve avere in una società e in un contesto, trovare gli aiuti finanziari, pararsi dai nemici. La mia esperienza con Franco Enriquez mi ha insegnato molti segreti dell'impresariato sia pubblico che privato, anche se oggi i tempi sono cambiati.
Dunque il suo Teatro Stabile a Jesi, dove è nata, avrà un carattere regionale o metropolitano?
E' nata da qui la proposta ma per caso. E' una scommessa a cui sto lavorando da tre anni. Iesi è una piccola cittadina di provincia ma è circondata da tanti centri abitati che possono considerarsi nuclei satelliti e alla fine è come se fosse una grande città con la sua periferia ma con i vantaggi di orari e spostamenti molto più velocizzati. Io credo che un discorso regionale possa venir fuori dopo, quando si consorziano i comuni che partecipano finanziariamente e fruiscono lo spettacolo. L'esempio più brillante in questo senso è l'ATER, Associazione Emilia Romagna Teatri che ha svolto una funzione precisa nella Regione.
A proposito di consociativismo cosa pensa del fatto che a una latitudine così ravvicinata ci siano altre realtà di Teatri Stabili?
Ben venga. Ho sempre ritenuto che la fascia centrale dell'Italia, anche da un punto di vista politico-ideologico, possa unirsi e costituire un "Teatro dei Due Mari" che va dalla Toscana alle Marche. Ma è un discorso che pochi raccolgono, ognuno purtroppo pensa al proprio campicello. Oggi per riaccendere l'interesse del pubblico (i dati S.I.A.E. per il '93 parlano chiaro: c'è stata una sostanziale battuta d'arresto) bisogna che si mettano insieme idee, registi, attori per creare degli eventi teatrali. Solo con un'unione delle forze, cioè con sei o sette grandi attori, così come fa Ronconi, ma è solo lui che se lo può permettere, si può pretendere di far venire gente a teatro. Oggi invece ogni attore ha la sua compagnia e i direttori dei teatri non si occupano affatto dell'educazione teatrale per i giovani, come avveniva invece venti anni fa.

La prego, ci dica ancora tutto il male possibile del teatro italiano.

Una delle più grosse stupidaggini che poteva fare Mario Segni era quella di chiedere l'abrogazione del Ministero del Turismo e Spettacolo, perché non c'è stato nulla, dopo, che lo abbia rimpiazzato, né abbiamo avuto questo fatidico Ministero della Cultura. Tutta la massa di gente che fa spettacolo - bene o male è arte o per lo meno alto artigianato- ora vive in un interregno ancora retto da quel Ministero di via della Ferratella ma che Ministero non è più. Per fortuna che là i funzionari conoscono le storie personali della compagnie. Vogliono demandare il teatro alle regioni. Ma siamo matti? Cadremmo nello sbando più assoluto: se penso agli assessori cosiddetti alla cultura marchiagiani poi inorridisco: non conoscono i tempi del teatro e pretendono di riunirsi per la commissione mentre sono iniziate già le prove degli attori. Non capiscono che tre mesi prima una compagnia deve poter conoscere ciò su cui contare finanziariamente. Ma finché non ci sarà una legge sul teatro continueremo a navigare nel caos.
Una speranza?
Continuare a contare su sé stessi”.


Valeria Moriconi ha rappresentato per me un modello etico del mestiere di attrice, non solo dunque il talento indubbio di animal magnetism bensì il suo voler responsabilizzare il rapporto con le istituzioni, la voglia di scoprire testi e il suo avvicinamento ai registi sconosciuti. Mi colpì della sua carriera che avesse recitato in russo a Mosca, l’ultimo monologo di Mirandolina e in americano con attori americani a Los Angeles, ne La Venexiana. Non si risparmiava. La vicenda dei tre figli persi mi fa pensare a lei come una donna ferita e fragile, a causa della sua totale dedizione al teatro (per avere un figlio doveva rimanere stesa a letto per tutto il tempo della gravidanza).
Quella lettera appesa nella mia cameretta di ragazza diceva così:
Cara Valeria,
il tavolo ove siedo
per consumare
questo “fiero pasto”
è tuo.
Come sono tuoi
questi occhi miei,
che fissarono i tuoi
sul palconscenico
del teatro dei Servi…
Ti ricordi?
Che tu sia benedetta,
figlia mia.
Vienimi incontro
se non vuoi che io corra
per abbracciarti. Eduardo


autogrago_2


Pare la scena di un film. Valeria vede in un ristorante a Firenze Eduardo De Filippo seduto che mangia da solo. Non ha il coraggio di andargli incontro. Premessa: era stato il suo Maestro nel 1957. Colui che l’ha iniziata al teatro. La leggenda vuole che il giorno prima di ritornare a Jesi, dopo aver tentato il cinema, in dei ruoli non eccelsi (Valeria Abbruzzetti sposò non ancora maggiorenne Aldo Moriconi con il quale giunse a Roma nel 1952) riceve una telefonata da Luciano Lucignani che la porta da Eduardo il quale sta cercando una giovane serva, Ninuccia, per la nuova commedia De Pretore Vincenzo, tratta da una suo poemetto. Il provino ha un’esito positivo e “A piccirella va ‘bbuono” è entrato nella leggenda. Ma prima di farla debuttare il grande artista napoletano la volle accanto a sé ne Il medico dei Pazzi al teatro Eliseo, dove faceva una comparsata e lei se ne stava per quasi tutta la commedia dietro le quinte a rubare i ritmi e i tempi degli attori.
Poi Eduardo sceglierà ancora Valeria Moriconi per la ripresa televisiva nel 1964 di
Chi è chiu felice ‘e me. Dunque il rapporto era stato molto solido.

 Il medico dei pazzi, teatro Eliseo
Valeria Moriconi ed Eduardo De Filippo ne Il medico dei pazzi, Teatro Eliseo


La Moriconi appena vede Eduardo non gli va incontro, forse teme di disturbarlo e scrive un biglietto che consegna al cameriere. Eduardo a sua volta risponde con un altro biglietto. Sono poche righe ma sembra una poesia.
C’è l’incrociarsi dei loro occhi: lo specchiarsi e moltiplicarsi degli sguardi. Eduardo rievoca il loro primo incontro. E poi c’è la benedizione del Padre all’allieva/figlia.
E infine la corsa di Valeria per abbracciare il Maestro.
E qui sento la sua risata gioiosa.

1324
Valeria Moriconi ed Eduardo De Filippo

Ecco, se dovessi pensare a un’installazione su di lei, al Teatro Argentina di Roma, dove è stata primadonna a lungo, penserei a un sensore sotto cui senza accorgersi quando lo spettatore, superata la hall si appresta ad entrare in sala, sente la sua risata gorgogliante.
Un’ultima grande emozione mi lega a Valeria Moriconi. Sopraggiunse il giorno del suo funerale a Jesi, nel giugno di dieci anni fa. Era appena terminata la funzione religiosa in chiesa dove tante lacrime mi avevano scosso. Sentii il bisogno di camminare e me andai sul corso da sola. Dalle vetrine di tutti i negozi c’era lei che mi sorrideva, Ciao Valeria, c’era scritto in rosso sulla foto in bianco e nero. Ad un certo punto ricevo una telefonata al mio cellulare.

moriconi

Era la mamma di un ragazzo morto, la cui tomba mi aveva particolarmente colpito a San Michele in Isola, il cimitero sulla laguna di Venezia. Sulla sua lapide c’era scritto «Dov’è il luogo segreto, inaccessibile a tutte le creature, in cui l’anima si unisce all’Increato?». Molti mesi prima avevo lasciato un biglietto alla fioraia del cimitero chiedendo se la proprietaria di quella tomba potesse farsi viva. Stavo scrivendo il mio libro Passeggiate nei prati dell’eternità. Quella madre al telefono mi racconta la storia di suo figlio: un giovane biondo, esile, bellissimo, studioso di mistica francese del Seiciento, autore di diversi libri pubblicati in Francia da Gallimard, nonché docente alla Sorbona. Un giorno durante una discesa negli abissi dell’Oceano indiano aveva perso la vita ferito alla schiena da una razza.

DSC_0837 copia-2
Teatro Pergolesi di Jesi, 2010, Umberto Orsini ricorda Valeria Moriconi


Quella telefonata - che mi fece scoprire questa storia, la storia di questo uomo, autore di un saggio dal titolo L’anatomia dell’anima - mi arrivò in un momento perfetto: non posso non pensare che sia stata lei. Ecco io sono certa che Valeria Moriconi, scesa tra gli extraterreni, abbia incontrato questo giovane favoloso che si chiamava Mino Bergamo e se ne sia innamorata. Ora, in qualche abisso, sta facendo l’amore con lui.
Valeria Paniccia, Roma, 27 maggio 2015

Moriconi_028-38