Incontro con Natalia Ginzburg di Valeria Paniccia

E' stato un lungo pomeriggio quello trascorso con Natalia Ginzburg, uno anno prima della sua scomparsa. Mi ricevette nella sua casa in Campo Marzio, il quarto rione di Roma. Ricordo la sua dolce ostilità e una poltrona in pelle da cui sbucavano molle arrugginite. Non ci sedemmo lì, naturalmente. Rimasi tuttavia per tutto il tempo dell'intervista assai perplessa: non mi capacitavo sul perché quell'oggetto domestico dovesse restare lì. Non lo saprò mai. Lei fumava e accarezzava i suoi gatti. Non era un ambiente luminoso. La finestra era aperta, forse per lasciar andare via il fumo. Poi dovetti tornare. Ma era per consegnare in portineria il dattiloscritto della mia intervista. Che venne riconsegnato con le sue correzioni in una busta bianca autografata dalla grande scrittrice.
Ripubblico l'intervista in occasione dei cento anni della nascita di Natalia Ginzbug.

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INCONTRO CON NATALIA GINZBURG,
SORPRENDENTE AUTRICE BAROCCA

di Valeria Paniccia
La porta sbagliata, una delle prime commedie della scrittrice, è stata rappresentata durante l'estate nell'ambito del Festival delle Arti Barocche, svoltosi a Noto e Siracusa,
poiché ritenuta intonata allo spirito della manifestazione.
Una ricchezza di monologhi che fa pensare all'Aminta del Tasso.

Stavolta abbiamo incontrato Natalia Ginzburg, una grande scrittrice convertitasi tardi - a 49 anni per l'esattezza - al teatro, quasi per scommessa, per sfida subito dopo aver dichiarato, in un' inchiesta promossa da Sipario nel 1965, di non voler giammai scrivere commedie.
La sua pièce La porta sbagliata ha debuttato il 27 luglio a Siracusa nell'ambito del festival delle Arti Barocche, alla sua seconda edizione, svoltosi tra Genova, Noto e Siracusa, in scenari inimitabili e meravigliosi di un'epoca affascinante e non del tutto perduta oggi che è molto in voga parlare- soprattutto per le Arti Figurative, ma nn solo - di neobarocco italiano. Il testo, come avremo modo di scoprire e come suggerisce Mario Ferrero, regista de La porta sbagliata, ha in realtà pur nella sua immediatezza di linguaggio e di contenuti, molte consonanze con lo spirito barocco.
Pier Luigi Misasi, Alexandra La Capria, Alfonso Liguori, Francesco Apolloni, ed Elena Croce gli interpreti; scene di Lucio Lucentini, costumi di Maurizio Monteverde, musiche a cura di Paolo Terni per questo allestimento di cui è prevista una tournée nella stagione invernale.

In molte sue commedie c'è un filo rosso costituito da un personaggio che è o vorrebbe essere attore/attrice: in Ti ho sposato per allegria è Giuliana, ne L'inserzione Teresa, ne L'intervista Stella, ne La porta sbagliata Cencio. Questo tema connotato positivamente ricorre spesso. Perché?
Il teatro mi ha sempre affascinato. Non è che vi andassi molto da ragazzina, ma le volte che ci andavo mi sembrava una cosa bella che io non avrei saputo fare mai. Quindi era come un sogno. Come uno porta dietro dei desideri di fare delle cose che sa di non saper fare. Io non saprei recitare, non riuscirei a dire neanche buonasera, Ma ammiro gli attori. E ammiro i cantanti. Non mi è mai riuscito di cantare nemmeno una canzonetta. Tuttavia mi piacerebbe molto avere una bellissima voce e cantare nei teatri.

Lei è un'autrice molto rappresentata all'estero. In Francia soprattutto, ma anche in Inghilterra, in Germania. A cosa è dovuto, secondo Lei, questo successo e interesse oltreconfine?
In Germania hanno fatto delle mie commedie alla radio. Non so. Credo che le mie commedie siano facilmente radiofoniche. Ti ho sposato per allegria è andata bene, L'inserzione, Fragola e panna, La segretaria, Dialogo, Paese di mare, La porta sbagliata La parrucca, La poltrona, L'intervista. Tutte rappresentate.

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Fragola e panna?
Sì, è stata fatta alla televisione parecchi anni fa in un programma che non è poi circolato.

Di cosa si tratta?
È la storia di una ragazza che fugge di casa, e cerca asilo presso l'uomo di cui si è innamorata. Non trova lui, ma la moglie, e la moglie nelle parole della ragazza si accorge quanto l'uomo sia cinico e vile.

Quando è stata scritta?
Nel 1966. È una commedia molto breve.

In genere le pièces italiane vengono rappresentate e poi abbandonate. Invece le sue vengono riprese. Come se lo spiega?
Non me lo spiego. Mi fa piacere e ne sono contenta. Quando Calenda mi ha detto che voleva rifare Ti ho sposato per allegria, gli ho detto che secondo me era invecchiata. Lui pensava il contrario. È andata bene. Io ho avuto alcune fortune. Intanto la mia prima commedia è stata recitata da Adriana Asti che poi ha voluto essere la protagonista anche della seconda. Così come pure devo molto a Giulia Lazzarini.

A proposito del fatto che Lei si è convertita al teatro, si è parlato, come di un caso clamoroso, in quanto poco tempo prima Lei aveva dichiarato che non voleva scrivere di teatro, parlò di insofferenza verso il teatro. Perché?
Era stata una reazione che in quegli anni avevano avuto molti scrittori i quali risposero che non se lo sognavano neppure di scrivere di teatro. Poi invece tutti hanno provato a far commedie, Moravia, Siciliano ed altri.

Una scommessa, una sfida?
Forse ho pensato di provare. Era venuta Adriana Asti la quale mi aveva chiesto di scrivere qualcosa per lei.

Oggi, a 24 anni da questo ripensamento, un bilancio di drammaturga?
A me piace molto scrivere commedie. A volte penso che non scriverò più romanzi, che chissà, magari non mi riesce più. Trovo che scrivere romanzi oggi è molto più difficile ma sembra che sia più facile riflettere la vita di oggi in una commedia che non in un romanzo. Non so bene perché. Scrivere un romanzo richiede delle strutture che mi sembrano stanche ma, in genere, non faccio dei progetti. Quando mi è successo di far progetti ho visto che poi andavano in fumo.

Per Lei il teatro è un'appendice o una prosecuzione del flusso narrativo?
È un modo di esprimersi, un modo di dare voce a qualcosa che sentiamo, di dare parole a immagini che abbiamo dentro di noi. Per me - mi è già successo di dirlo - vuol dire anche usare la prima persona in una forma non autobiografica, far dire "io" a uomini, o a donne differenti da me.

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In molti suoi romanzi c'è quasi sempre come una traccia teatrale, quasi si potesse pensare di trarne una commedia. Ha mai pensato di trarne una commedia da un suo romanzo?
No. Anzi quando mi chiedono di fare una commedia dai miei romanzi, io in genere dico che non voglio. Le commedie sono una cosa, i romanzi, un'altra. A volte certi miei racconti li hanno ridotti per la televisione. Era riusciti anche bene. Ma trovo più giusto che i romanzi restino romanzi e le commedie restino commedie.

Lei ha tenuto per un certo tempo una rubrica di critica televisiva e ha fatto anche articoli su film. Come mai questo interesse?
Perché il cinema mi piace molto.

Non è stata mai tentata dallo scrivere delle sceneggiature?
Non ne sono capace. Ho provato. Non lo faccio bene.

Eppure il suo dialogo sembrerebbe fatto apposta.
Sì, ma c'è qualcosa che mi disturba. Il cinema ha un linguaggio che non so usare. Le parole non contano tanto quanto le immagini. Invece io uso le parole per restituire delle immagini.

Prima si accennava al rapporto con gli attori e i registi. Grandi registi hanno messo in scena le sue commedie: Laurence Olivier, Luchino Visconti. Qual è il suo rapporto con i registi?
Con Laurence Olivier è stato ottimo. Con Visconti ho avuto uno scontro, piccolo, ma uno scontro. Ne L'inserzione, la prima volta Mariangela Melato interpretava la studentessa. Siccome bisognava riprendere la commedia a Roma e la Melato era impegnata, era stata scelta una ragazza. Ma a Visconti non piaceva come recitava. Non voleva far più la commedia e Adriana Asti era disperata. Anch'io insistevo perché fosse fatta. Alla fine l'abbiamo convinto.

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E con altri registi?
Non ho mai avuto occasione di litigare, ho sempre avuto rapporti tranquilli. Non so se sempre sono stata ascoltata. Ci sono dei registi che fanno dei tagli. Per esempio su Ti ho sposato per allegria Salce faceva dei tagli e questo mi dispiaceva. Calenda invece ha dato la commedia senza nessun taglio. Qualche motivo di contrasto qualche volta ci sarebbe: a me sembra che spesso i registi facciano una scena troppo ricca rispetto a quello che io avevo pensato. Spesso tutto è più sfarzoso di quanto era la mia immagine, magari dimessa e grigia. Ho raccontato di gente piuttosto squattrinata, in genere, e i registi li fanno più ricchi. Come regista ho avuto Luca Coppola, morto tragicamente due anni fa. Per me è stato importantissimo l'incontro con lui che ha portato in scena Dialogo. Con lui non ci sono stati contrasti, né aperti né silenziosi. Dialogo è una commedia che mi è cara. L'aveva fatta la prima volta Lorenzo Salveti, con Alessandro Haber e Maria Grazia Grassini. Così quando si cercava un uomo per L'intervista, parlando con la Lazzarini, è venuto fuori il nome di Haber e io mi sono ricordata che era un bravo attore, a me congeniale. La Lazzarini è bravissima e lui anche, è giusto con lei. È che il rapporto con gli attori e i registi è un rapporto che va inventato ogni volta, perché io domani scrivo una commedia e non so mica bene come muovermi. Chi scrive un romanzo, lo manda a un editore. L'editore lo pubblica o lo rifiuta. Chi scrive una commedia, non sa cosa fare perché venga rappresentata. Soprattutto se vive fuori dal mondo del teatro.

La porta sbagliata è stata rappresentata nell'ambito del festival delle Arti barocche. Mario Ferrero ha detto che questa commedia apparentemente può sembrare pervasa da uno spirito barocco in quanto ricca di monologhi. Fa pensare - ha detto - all'Aminta del Tasso, al dialogare dei personaggi con sé stessi. Questa forma di monologo è congeniale alla sua scrittura. Perché?
Mi vengono questi interminabili monologhi: è la persona che si confessa, che cerca di comunicare, vuol uscire dal silenzio, parlare, vuol dire chi è, dare i propri connotati. Infatti Ti ho sposato per allegria comincia con dei monologhi interminabili. È un modo di esprimersi.

Ne La porta sbagliata si rimane colpiti dall'afasia di Raniero, dall'anoressia di Angelica, dall'ossessione per la psicoanalisi e dalla "prova della coniglia".
Sono dei riflessi del tempo, vent'anni ormai, visti in chiave grottesca.

Lei ha scritto:"Il mio mestiere è scrivere storie, inventate o tratte dalla memoria". Lo stesso principio vale anche per le sue commedie?
Sì, uno usa sempre gli stessi strumenti, si muove negli stessi luoghi, fra le stesse fisionomie. Non è molto diverso.

La porta sbagliata è priva di trama.
Ci sono varie storie che serpeggiano, si incrociano. Poi non succede in verità quasi nulla.

Lei ha scritto che credeva che per poter scrivere occorressero e bastassero dei personaggi così ne andava a caccia nei tram, per strada e prendeva appunti. Capì successivamente che quel che ne poteva venir fuori alla fine era un museo di frasi fatte.
prendendo appunti avevo dei quadernetti pieni di appunti. Ma in quei quadernetti le cose si disseccavano, diventavano insensibili.

Allora come trova i personaggi nelle sue commedie?
Li invento o mi ricordo qualche faccia che ho visto.

Dunque ripesca dalla realtà?
Sì, è un continuo ripescare.

Lei raccontò che quando ebbe dei figli pur non scrivendo nulla di quanto aveva imparato riguardo alla maternità, tuttavia di questa esperienza rimaneva qualcosa.
Tutto quello che succede nella vita in qualche modo va a confluire in quello che si scrive. Io questo lo ignoravo. Invece è così.

E dalla sua esperienza di donna che si occupa di politica cosa ne rimane nelle sue commedie?
Il mondo della politica è estraneo al mondo della mia immaginazione. Alla Camera trovo dei nasi, delle cravatte, dei modi di camminare. Si pesca dappertutto. Si posano gli occhi sulle facce delle persone e scrivendo ci si accorge che vengono ad abitare in quello che scriviamo.

Ritorniamo a La Porta sbagliata. Che cosa significa per Lei infilare una porta sbagliata? Perché - mi pare di capire - sono gli altri che lo dicono.
La porta sbagliata è stata infilata da Stefano:ha sposato una donna che gli dà un sacco di problemi. Se sia sbagliata per lui, questo non si sa. Gli altri gli dicono hai preso la porta sbagliata. Si tratta di un matrimonio che dà continue angosce. Allora la porta sbagliata è aver sposato una donna anoressica, angosciata, che non gli dà niente, che solo chiede, ha solo bisogno di essere sostenuta, soccorsa.

Mario Ferrero ha detto che la sua prima impressione, dopo la lettura de La porta sbagliata, è stata quella che si trattasse di una commedia strana, amara, malinconica, spiritosissima.
Sì, a lui è piaciuta.

L'amarezza, il dolore, l'ironia e il distacco sono una costante delle sue opere.
È proprio alla comicità e al dolore uniti insieme che io vorrei sempre arrivare. A proposito dei silenzi intesi come sofferenza e delle assenze.
Nelle mie commedie in genere c'è sempre un personaggio che non si vede, assente, che non compare in scena. Quasi sempre.

Perché?
Non so. Nella prefazione a L'intervista ho scritto che siccome parlano tutti, almeno lì c'è qualcuno che non parla. Tace perché assente. Ne La porta sbagliata ci son, anzi non ci sono Cencio e altri; in Ti ho sposato per allegria Lamberto Genova e altri, anche ne La segretaria vari personaggi sono solo evocati.

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Natalia Ginzburg, nata il 14 luglio 1916, a Palermo, muore il 7 ottobre 1991, a Roma

Lei mette in bocca ai personaggi delle sue commedie una lingua che è attaccata al quotidiano ma all stesso tempo alta.
Non ho avuto difficoltà per la lingua, quando ho pensato di scrivere commedie per un minuto mi sono chiesta in che lingua farli parlare i personaggi, ma poi mi è riuscito estremamente naturale. Avevo fatto dei dialoghi nei romanzi, senza grandi problemi, cercando una lingua parlata ma non scadente.

Come si arriva a costruire una simile lingua?
No è propriamente una costruzione. Volevo usare uno stile semplice, dimesso ma non logoro. Non è, mi pare, una lingua letteraria, i personaggi parlano in modo usuale.

Alla fine l'effetto è di una lingua anche comica e spiritosa oltre che intelligente. Come se lo spiega?
Speriamo che l'effetto sia questo. Non è che lo si possa programmare.

La porta sbagliata è stata scritta nel '68?
Sì, l'hanno recitata la Miserocchi e Carlini, a Bologna, più tardi, mi sembra bel '72.

Però non era stata scritta per nessuno?
Qualche commedia è stata scritta per qualcuno, molte per nessuno. Quasi tutte per nessuno. Ho pubblicato il testo da Garzanti e la Miserocchi lo lesse. Adesso uscirà un nuovo volume presso Einaudi che raccoglie cinque commedie: L'intervista, Dialogo, Paese di mare, La parrucca, La porta sbagliata.

Ora La porta sbagliata è stata ripresa e, come Le dicevo prima, le sue commedie vengono riprese anche dopo vent'anni. Sta scrivendo qualcosa per il teatro?
No, in questo momento non scrivo niente.

Ci pensa, ha qualche idea?
In modo saltuario e vago.

Perché glielo chiedono?
Adriana Asti mi ha chiesto di scrivere un monologo. In genere scrivo in agosto o in autunno.

Allora Lei è metodica? No, affatto. Mi capita di passare molti anni senza scrivere niente, né romanzi, né commedie. Mi sembra che non mi sia più possibile, che siano rotti i ponti che conducono alla scrittura. Per qualche anno ho scritto diverse commedie, ma in fila all'altra. Poi sono stata a lungo senza scrivere commedie; pensavo che non avrei scritto nessuna commedia, mai più. Poi ho scritto La poltrona. Siciliano mi aveva chiesto di dargli una commedia per il festival di Spoleto e l'ho ascoltato. tre anni dopo ho scritto L'intervista per Giulia Lazzarini. A volte basta una piccola sollecitudine. Questa piccola sollecitudine coincide con un vago desiderio, del quale non eravamo consapevoli. Non so come succede agli altri, ma per me lo scrivere o il non scrivere è legato non a una volontà determinata ma piuttosto a moti inconsapevoli, svogliatezze o attrazioni che si alternano senza una ragione precisa.




Intervista a Natalia Ginzburg di Valeria Paniccia
Ridotto, n. 8, mensile dello Spettacolo Italiano
Roma, Settembre 1990